Socializzazioni? No grazie

Definizione dal Dizionario Treccani

2. tr. a. Inserire o reinserire nella vita e nel tessuto sociale: s. gli anzianigli handicappati. In pedagogia, realizzare un giusto equilibrio tra ogni singolo soggetto e il gruppo cui appartiene (v. socializzazione): s. i bambini di una classe scolasticai membri di una comunitàb. Nell’intr. pron. socializzarsi, subire un processo di socializzazione, cioè divenire membro di una società di individui, o inserirsi in un suo determinato settore. 3. intr. (aus. avere) Inserirsi in un determinato ambiente o tessuto sociale: truppe d’occupazione che non trovano difficoltà a s. con la popolazione locale. Con sign. reciproco, e con sign. più generico, affiatarsi, fare amicizia, stringere rapporto: i giovani socializzano tra loro più rapidamente che gli adulti. ◆ Part. pass. socialiżżato, anche come agg., nelle diverse accezioni: un’azienda socializzataemigrati ormai socializzati con i loro compagni di lavoro.

 

In cinofilia si parla frequentemente di socializzazioni.

Chi vive con un cane mi dice spesso di voler far socializzare il cane, ma quello che di solito accade è una mescolanza di individui, messi insieme perché vadano d’accordo, perché imparino a comportarsi correttamente con gli altri. Io stessa negli anni, ho condotto classi di socializzazione, cambiandone nel tempo la forma e gli obiettivi, e rendendomi conto che mancava sostanza.

Gli incontri divenivano “momenti di chiacchiere” dove più individui canini si ritrovavano spesso in situazioni da loro non richieste e con l’incapacità di gestirsi e l’impossibilità di ascoltarsi e rapportarsi nel migliore dei modi con gli altri.

Perché individui che non venivano mai avvicinati, nel quotidiano ad altri soggetti cani, venivano, più o meno all’improvviso, messi insieme agli altri cani con la richiesta, umana, di dover andare d’accordo. Ma quello che mancava era la base, il substrato essenziale di conoscenza. Un vissuto quotidiano corretto fatto di osservazione, anche a distanza, di tempi e di modi.

Il tempo, è un fattore che manca nella vita dell’umano seppur di anni e minuti ne abbiamo a disposizione però nel quotidiano veniamo presi da una frenesia che lo fa mancare ; necessario per incontri fluidi e spontanei, pregni di attenzione al tutto, alla delicatezza degli incontri.

Osservando individui non ancora completamente influenzati da noi, si può osservare come gli serva del tempo, spazio e modi differenti nelle interazioni.

Da quando sono piccoli gli chiediamo di andare di fretta,  per poi accorgerci che il cane non sa rapportarsi con gli altri, e allora li buttiamo nella mischia, per recuperare quel che abbiamo perso. Ma quei momenti li abbiamo per l’appunto: persi; e forse, senza nemmeno accorgercene.

E per recuperarli dobbiamo metterci di impegno. Con pazienza ogni giorno e una buona dose di messa in discussione.

Quante volte ci hanno mostrato interesse per un cane lontano cento metri e gli abbiamo fatto capire che dovevamo andare. Quante volte gli abbiamo chiesto di non annusare, una foglia, una giacca, una cacca.

Quante volte gli abbiamo, volontariamente o meno, chiesto di non raccogliere informazioni, perché è di questo che si tratta.

La raccolta di informazioni di un ambiente, una casa, una persona o un animale è fondamentale per una buona interazione successiva.

E se negli anni gli abbiamo negato quei pochi minuti richiesti, non possiamo pensare che li possano recuperare in poche ore, in contesti e momenti sbagliati.

Non sono “bravi” quei soggetti che stanno fermi, immobili quando passa “quel cane problematico”. Sono solo fermi e questo può avere svariate sfaccettature e significati.

Non sono “cattivi” quei cani che abbiano o che si agitano alla vista di un loro simile, quel gesto può nascere da differenti emozioni e può avere svariati significati.

Non sono “richiesti”, quei cani che non dicono mai la loro e che vanno d’accordo con tutti.

Socializzazioni: no grazie. Perché prediligo momenti di conoscenza vera, dove alla base c’è una conoscenza di sé stessi e degli altri.

Non è questione di saper gestire il “proprio cane”, ma di conoscere con chi si vive, conoscere quali sono i suoi timori, i punti deboli e i punti di forza. Di sapergli affidare la decisione di avvicinarsi o meno. Di aver vissuto insieme innumerevoli momenti di ascolto e conoscenza dove entrambe le parti si mettono in discussione e hanno fatto esperienza del mondo e delle dinamiche, con i tempi, i modi e gli spazi adeguati, per quel soggetto, in quel momento.

Non è una abitudine ma una crescita quotidiana.

Non è un andare d’accordo ma un viversi.

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